L’angoscia è un concetto centrale nella filosofia esistenziale di Martin Heidegger, un filosofo che ha profondamente influenzato la comprensione del “sentire” umano e del nostro rapporto con l’essere. La sua analisi dell’angoscia, presente in particolar modo nella sua opera fondamentale Essere e Tempo (1927), offre una visione radicalmente nuova di questa emozione, rispetto alla psicologia tradizionale, focalizzandosi sulle sue implicazioni ontologiche e sull’esistenza individuale nel mondo.
L’Angoscia come esperienza fondamentale.
Per Heidegger, l’angoscia non è un’emozione contingente legata a un oggetto o a un evento particolare, ma una modalità fondamentale dell’esistenza umana. L’angoscia non è causata da una situazione esterna, ma emerge quando il soggetto si confronta con la sua finitezza, con il “nulla” che permea la sua esistenza. Heidegger distingue tra emozioni comuni come la paura, che sono sempre connesse a un oggetto o a una causa specifica, e l’angoscia, che si caratterizza per il suo essere “senza oggetto” (oggettivamente vuota). In altre parole, mentre la paura è una reazione a qualcosa che minaccia il nostro benessere (un animale, una situazione pericolosa), l’angoscia è la reazione dell’essere umano di fronte alla propria esistenza nel suo insieme, in quanto essere finito e mortale.
L’angoscia rivela l’essere stesso dell’individuo: attraverso di essa, l’individuo prende coscienza di sé come “esserci” (Dasein) e dell’impossibilità di sfuggire alla propria condizione di finitezza. L’angoscia interrompe la quotidianità e la sicurezza dell’esistenza, portando a una riflessione più profonda sul senso dell’essere.
La rivelazione del nulla.
L’angoscia, nella prospettiva heideggeriana, ha una funzione rivelatoria: ci fa confrontare con la verità ultima della nostra esistenza. Quando un individuo è sopraffatto dall’angoscia, sente di essere “gettato” in un mondo che è radicalmente indifferente a lui e alle sue preoccupazioni quotidiane. In questo stato, l’individuo sperimenta la “trasparenza del mondo”, in cui gli oggetti e le persone, che solitamente sono percepiti come parte di un contesto familiare e comprensibile, si svuotano di significato, mostrando la loro “vuotezza”. La realtà appare priva di scopo e la persona avverte una sorta di “nulla” che minaccia la sua esistenza. Questa sensazione del nulla non è un’assenza totale, ma una presa di coscienza dell’impossibilità di attribuire significati fissi e definiti a ciò che ci circonda. Il nulla non è un concetto astratto, ma una condizione che rende possibile l’orientamento dell’esistenza umana, costringendo il soggetto a confrontarsi con la sua finitezza e a riflettere sul suo essere-nel-mondo.
L’angoscia e la libertà.
Un altro aspetto cruciale dell’angoscia in Heidegger è la sua relazione con la libertà. Quando l’individuo è sopraffatto dall’angoscia, è costretto a confrontarsi con la propria libertà autentica, che si manifesta nel suo essere l’unico a dover scegliere il proprio percorso di vita, senza poter delegare il proprio destino a un sistema di valori esterni o a un’altra figura autoritaria. L’angoscia mostra che non esistono risposte preconfezionate alla domanda sulla vita; la persona è, quindi, costretta ad assumere su di sé la responsabilità della propria esistenza. In un certo senso, l’angoscia in Heidegger può essere vista come un momento di liberazione, perché fa emergere una consapevolezza radicale della libertà dell’individuo. La libertà non è, però, qualcosa di rassicurante; è un peso che implica una totale assunzione della responsabilità della propria esistenza e della propria morte. In questo senso, l’angoscia ci rende consapevoli della “verità” dell’esistenza, che è il nostro essere-per-la-morte.
L’angoscia e la morte.
La morte è, per Heidegger, il termine ultimo dell’esistenza e il punto in cui ogni individuo deve fare i conti con il suo essere finito. Sebbene la morte non possa essere “esperita” mentre siamo vivi, Heidegger sostiene che il pensiero della morte è fondamentale per comprendere la nostra esistenza. L’angoscia, infatti, non è solo la consapevolezza del nulla, ma anche la rivelazione della nostra morte imminente e irrimediabile. La morte ci rende consapevoli di quanto poco possiamo controllare il nostro destino, e questo può generare un sentimento di angoscia, ma allo stesso tempo ci costringe a vivere più autenticamente. La consapevolezza della morte ci spinge a vivere più “autenticamente”, ovvero in modo che il nostro essere-nel-mondo non sia subordinato ai comportamenti mediocri e alle convenzioni imposte dalla società, ma si esprima pienamente nella nostra libertà. L’angoscia ci mostra che non possiamo ignorare la nostra finitezza e la nostra mortalità, e ci invita a prendere coscienza di questa realtà.
L’angoscia come cammino verso l’autenticità.
L’angoscia, in Heidegger, non è solo un’emozione da evitare, ma una condizione che ci spinge a una comprensione più profonda del nostro essere-nel-mondo. Essa è legata all’esperienza della finitezza e della morte, ma attraverso di essa possiamo accedere a una libertà autentica, una libertà che non è determinata dall’ordinario e dalla routine, ma dalla piena consapevolezza della nostra esistenza limitata. Se la paura ci rende prigionieri di oggetti e situazioni esterne, l’angoscia ci rende liberi, in quanto ci invita a fare i conti con la nostra solitudine ontologica, con il nulla e con il nostro destino. In definitiva, l’angoscia, pur nella sua intensità e inquietudine, diventa un veicolo per una vita più autentica e consapevole, orientata verso l’accettazione della nostra finitezza e della nostra libertà.
Bibliografia
Heidegger, Martin. Essere e Tempo (1927), trad. it. a cura di L. V. Poma, Edizioni Mimesis, 2014.
Heidegger, Martin. Introduzione alla Metafisica (1953), trad. it. a cura di M. Zucconi, Neri Pozza, 2005.
Heidegger, Martin. Lezioni sulla fenomenologia della religione (1920-1921), trad. it. a cura di A. Leoni, Feltrinelli, 1994.
Inwood, Michael. Heidegger: A Very Short Introduction, Oxford University Press, 2000.
Kisiel, Theodore. The Genesis of Heidegger’s Being and Time, University of California Press, 1993.
Nagel, Thomas. La visione dall’interno (1971), trad. it. a cura di M. Campodonico, Rizzoli, 1989.
Zahavi, Dan. Self and Other: Exploring Subjectivity, Empathy, and Shame, Oxford University Press, 2008.
1 commento
Articolo molto bello in cui viene descritto il concetto di angoscia non necessariamente come una emozione negativa bensì come uno strumento per crescere e maturare l’essenza del proprio essere